They're just friends



Non occhieggiamo, non facciamo battute quando un maschio e una femmina giocano tra loro. Non insinuiamo in loro l'idea che non siano alla pari, uguali. Non costringiamoli a pensare che i loro ruoli siano prestabiliti.

In questa lingua difficile che abbiamo noi Italiani, complicata, bellissima e ricca di sfumature, ce n’è una importantissima che riguarda il concettto di amore.

 

All’innamorato o all’innamorata si dice “ti amo”


...e si implica un “ti voglio”, “ti desidero”: vi è in quella dichiarazione, insomma, l’implicito concetto di amore carnale

Non si dice “ti amo” ad un amico o un'amica, a meno di essere innamorati di lui o di lei e dunque azzardando un cambio di passo, o almeno esprimendo il desiderio di un'evoluzione del rapporto. 

 

Non si dice “ti amo” alla mamma o al papà

(non dopo i 6 anni, in ogni caso), seppure in tempi recenti le barriere linguistiche siano cadute, ma al prezzo di quali fraintendimenti rispetto al catalogo dei sentimenti possibili? 
Chi vivrà vedrà.

Agli amici, ai parenti e a tutti gli altri affetti, si riserva una locuzione dolcissima e altrettanto poderosa:

 

“Ti voglio bene” e cioè, “desidero il bene per te”. 

E non è questa una dichiarazione d’amore persino più alta di quell’altra, che implica una bramosia di possesso?

Non è l’amore, in fondo, una questione di dare, più che di avere? Non è amore il desiderare, sopra ogni cosa, che l’altro sia felice?

Sarebbe bello che a San Valentino anche i bambini compilassero i loro accorati bigliettini, come fanno in America, per indirizzarli agli amici, femmine o maschi che siano, e confermare loro (o dichiarare per la prima volta) i loro sentimenti più belli al suon di “ti voglio bene”.

“Ti voglio bene” è un passe-partout sentimentale che abbatte le barriere e insegna che l’amore ha a che fare soprattutto con la generosità del dare. Ha a che fare con la cura, il preoccuparsi e occuparsi dell’altro. 


Un mondo in cui si impara da piccoli ad avere cura degli altri, non può che essere un bel posto in cui vivere.


Intanto per questo San Valentino potremmo fare una promessa noi stessi: genitori, zii, nonni o frequentatori di bambini.

Impegnamoci a non chiamare col nome sbagliato i sentimenti dei piccoli. Non occhieggiamo, non facciamo battute quando un maschio e una femmina giocano tra loro, intravvedendo il gioco sessuale che lì non c’è e che gli attribuiamo noi che siamo grandi e l’innocenza l’abbiamo persa da un po’.

Non chiadiamo ai bambini chi sia il loro “fidanzato” o la loro “fidanzata”, neanche con l’attenuante pudica del vezzeggiativo, perché non è ciò che sono e dei fidanzati non posseggono neppure le categorie mentali.

Non neghiamo loro la possibilità di crescere sapendo che si può essere semplicemente amici tra maschi e femmine. Non costringiamoli a pensare che i loro ruoli siano prestabiliti. Non insinuiamo in loro l'idea che non siano alla pari, uguali, in tutto e per tutto liberi di atteggiarsi come a loro pare.

I bambini sono cuccioli che imparano giocando e quando lo fanno tra maschi e femmine, nei modi diversi che caratterizzano la loro natura, è lì che imparano a relazionarsi e a costruire i rapporti che saranno, da grandi, con l'altro sesso. 

Lasciamo che i bambini siano solo bambini, lasciamo che si vogliano bene senza etichette, sfruttando quella ricchezza della lingua italiana che ci permette di dirci l’amore, senza pretendere niente in cambio.


Buon San Valentino a tutti!