What Halloween has taught to us Catholics



Even us, non anglo-saxon people, have always known about Halloween and its celebration. But now, as we celebrate it ourselves, turns out it's also a handy educational tool.

La festività di Ognissanti (nel lessico familiare nota semplicemente come I Santi) ha significato per tutta la mia infanzia un tour di cimiteri con quattro tappe fisse.

Si passava a fare un saluto ai vicini di casa defunti della nonna, ai prozii, ai trisnonni contenuti in loculi minuscoli, ad una trisnonna adottiva dal nome botanico, ai bisnonni che mai conosciuti ho sempre sentito vicini attraverso le storie intorno ai loro modi di dire, a quella prozia bionda e sorridente, ai nonni maschi morti – mio e loro malgrado- prima di esercitare seriamente il loro ruolo di nonni.

Si trattava per lo più di piccoli cimiteri di campagna, persi nelle nebbie novembrine che hanno quel profumo denso, preciso e impossibile da dimenticare. Mia mamma era attenta a vestirci bene, perché I Santi erano l’occasione mondana in cui si incontravano lontani parenti, vecchi conoscenti, magari sue compagne di scuola leggermente imbolsite.
Era il tempo di visitare i morti, ma non c’era tristezza in me che trotterellavo al passo della Natura, pronta anche lei, per il giusto sonno invernale. C’era spazio anche per le timide risate con mio fratello, quando comparivano nomi strambi su lapidi di sconosciuti

(Delvino Vendemmiati, non ti abbiamo mai dimenticato...)

Lo ricordo come un tempo mite nonostante l’umido della nebbia sulle guance infreddolite, un tempo silenzioso, fatto di colori tenui e rumori avvolti nella nebbia. Lo rimpiango persino, forse perché ora so che molti di quei volti rugosi di lontani parenti e vecchi conoscenti che incontravamo nei vialetti del camposanto ora li troverei in posizione elegantemente orizzontale.


In un tempo imprecisato tra la fine della mia infanzia e l’inizio della mia età adulta è successo che I Santi è diventato anche un po’ Halloween.


I colori tenui dei miei ricordi si sono trasformati nel viola acceso dei cappelli da strega, nel nero carico dei pipistrelli, nell’arancione fluo di zucche dall’aria poco raccomandabile.
Non c’è niente di disastroso in questo. Non ho mai condiviso i toni apocalittici di chi grida alla colonizzazione culturale d’oltreoceano. Non credo minimamente che Halloween prenderà mai il posto che in noi spetta al Cantico delle Creature o all’Orlando Furioso.

La cultura americana faceva già parte di noi, ben prima che ci diventasse familiare il rituale “Dolcetto o scherzetto?”. Opporsi sarebbe come mia mamma che disconosce Arthur Fonzarelli o io che rinnego Dylan McKay.

Non scherziamo, dai...

Con le mie bambine tra qualche giorno, quindi, festeggeremo Halloween. Per la verità loro hanno già cominciato ad addobbare la casa con disegni autoprodotti di scheletri, vampiri e compagnia bella. Ché, alla fine, Halloween, oltre che una festa commerciale che ci induce a metterci in casa oggetti veramente kitsch, è anche un inatteso strumento educativo. Una grande allegoria che fa capire ai piccoli come ai grandi che la morte è parte della vita, così come l’autunno e l’inverno lo sono dell’anno. Prendere le cose che ci fanno paura e allearci, celebrarli, dargli un posticino accanto a noi, senza rifiutarli. A questo ci aiuta.

Ma più di tutto, quel che davvero trovo fantastico, è che finalmente potrò felicemente somministrare alle mie giovani discendenti affette da verduro-fobia acuta risotti e tortini di zucca, senza più sentire lamentele!

 

Buon Halloween, genitori!

Chiara Bertora la trovate (soprattutto) su Erodaria.com